È stata presentata la nuova Comunità di Pratica di Torino Social Impact dedicata a cura e prossimità, un percorso nato dal confronto tra i partner e dalla co-progettazione con Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro.


Una persona in cura trascorre il 95% del tempo con la propria comunità e solo il 5% con il personale sanitario. È in questa proporzione che si misura la responsabilità collettiva.

Nasce da qui la nuova Comunità di pratica di Torino Social Impact dedicata alla cura e alla prossimità, promossa insieme a Fondazione FARO e Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro, con il sostegno della Camera di commercio di Torino e Fondazione Compagnia di San Paolo.

L’obiettivo di questa nuova Comunità è contribuire al dialogo che promuove un cambio di prospettiva: guardare alla malattia non come evento isolato, ma come esperienza all’intersezione di altre esperienze di fragilità, che attraversa povertà, isolamento sociale, fragilità educativa, salute mentale. 

Il paradigma della Compassionate City

Marina Sozzi — Responsabile Ufficio Culturale della Fondazione FARO — ha illustrato il senso dell’iniziativa partendo dall’esperienza delle cure palliative, che per definizione adottano uno sguardo ampio sulla cura: dimensione clinica, ma anche psicologica, sociale e spirituale.

La malattia, ha ricordato, non riguarda solo il paziente ma l’intero nucleo familiare e la comunità. Una persona in cura trascorre circa il 5% del tempo con operatori sanitari e il 95% con familiari, amici e reti informali. È in questo spazio che si gioca la qualità della vita.

Il movimento delle Compassionate Cities, diffuso nei Paesi anglosassoni, estende il concetto di “città sana” promosso dall’Organizzazione Mondiale della Sanità negli anni ’80, includendo esplicitamente malattia grave, fine vita e lutto come dimensioni da non rimuovere dalle politiche urbane. Torino si candida a essere la prima grande città italiana a strutturare un percorso in questa direzione.

La città compassionevole è concepita come laboratorio: mappare risorse esistenti, individuare bisogni non coperti, progettare risposte condivise e misurarne l’impatto sociale attraverso una reportistica rigorosa. Il processo sarà partecipativo, con il coinvolgimento dell’esperta Iolanda Romano.

Alessandra Gianfrate — Responsabile Rapporti Istituzionali della Fondazione Piemontese per la Ricerca sul Cancro — ha sottolineato come, in quarant’anni di sostegno alle attività di cura e ricerca oncologica a Candiolo, l’incontro quotidiano con i pazienti abbia reso evidente la dimensione profondamente comunitaria della malattia. L’esperienza maturata sul campo dimostra infatti che la cura non è un atto esclusivamente sanitario, ma un processo che coinvolge famiglie, relazioni e reti di prossimità, che diventano una vera e propria infrastruttura sociale imprescindibile.

Il confronto con la rete

All’incontro hanno partecipato 26 realtà della rete TSI. Attraverso una sessione di confronto guidata, i partecipanti hanno condiviso motivazioni e pratiche già attive a sostegno della fragilità.

Dal dibattito è emersa una forte convergenza: creare spazi strutturati di dialogo e scambio di competenze è già una pratica di cura urbana.