Martedì 21 aprile si è svolto l’incontro congiunto della Comunità di pratica Parità di genere e Comunicazione di Torino Social Impact, dedicato al tema della comunicazione accessibile e intersezionale.
L’appuntamento, ospitato negli spazi di Fondazione Time2 e co-organizzato insieme a Fondazione Time2 e Forword, ha rappresentato un momento di confronto e co-progettazione tra organizzazioni dell’ecosistema, con l’obiettivo di condividere approcci e strumenti per una comunicazione ampia e accessibile, più , consapevole e capace di valorizzare le pluralità.
Dopo i saluti introduttivi a cura di Lorena Di Maria per Torino Social Impact, Monica Cerutti ha aperto i lavori proponendo una riflessione sui concetti di accessibilità e intersezionalità, spesso ricondotti a dimensioni esclusivamente tecniche, ma in realtà centrali nella costruzione di narrazioni più eque. In questo senso, è stata evidenziata la necessità di superare logiche di “integrazione”, intesa come inclusione all’interno di un gruppo maggioritario, per adottare invece prospettive che riconoscano e valorizzino la complessità delle diverse identità.
L’intersezionalità è stata affrontata come chiave di lettura capace di restituire la molteplicità delle esperienze individuali, In questo quadro, è stata sottolineata l’importanza di evitare narrazioni semplificanti, come quelle che riducono le persone a vittime da salvare o a figure eroiche, a favore di rappresentazioni più aderenti alla realtà.
Il confronto ha posto l’accento sul ruolo della comunicazione come leva di cambiamento, richiamando la necessità di coinvolgere attivamente i soggetti rappresentati, e adottare un linguaggio consapevole, progettato per la diversità. Un approccio fondato su un sistema di valori che include equità, rispetto, responsabilità e ascolto.
A seguire, Sara Meloni e Chiara Basile hanno presentato l’esperienza dello spazio OPEN di Fondazione Time2, concepito come ambiente accessibile e aperto alla pluralità. Tra le pratiche condivise, l’introduzione di modalità di presentazione che includono la descrizione della propria presenza fisica nello spazio, con l’obiettivo di rendere più accessibile l’interazione e favorire una relazione più consapevole tra le persone.
È stata inoltre proposta la “ruota del privilegio/potere” come strumento di riflessione per leggere la complessità delle identità e delle posizioni sociali, sottolineando come queste possano essere in parte date e in parte mutevoli nel corso della vita.
Un ulteriore contributo è stato offerto da Marta Bressello di Forword, che ha approfondito il tema dell’accessibilità digitale e del quadro normativo di riferimento, richiamando la Legge Stanca come principale riferimento italiano in materia di accessibilità informatica.
L’intervento ha evidenziato come rendere accessibili i contenuti audiovisivi significhi ampliare concretamente il pubblico, attraverso pratiche progettuali consapevoli: dalla descrizione delle immagini per chi non può vederle, alla corretta strutturazione semantica dei contenuti per garantirne la fruizione tramite screen reader. È stato sottolineato come questi strumenti leggano i contenuti in base alla loro struttura interna e non alla resa visiva, rendendo essenziale un’organizzazione chiara di titoli, testi, immagini e didascalie.
Particolare attenzione è stata dedicata anche agli elementi grafici e ai contenuti digitali: dall’uso del Camel Case negli hashtag per facilitarne la lettura, all’inserimento di sottotitoli nei contenuti audiovisivi, fino alla progettazione di contenuti accessibili fin dalla loro ideazione.
Nel dibattito finale è emersa l’importanza del bilancio sociale come strumento di dialogo tra organizzazioni e stakeholder. È stata sottolineata la necessità di selezionare e rendere accessibili le informazioni più rilevanti in base ai diversi pubblici, superando l’idea di un documento unico e indistinto.
Un tema centrale ha riguardato la dimensione etica della rendicontazione: il bilancio sociale non deve configurarsi come mero adempimento formale o strumento reputazionale, ma come espressione coerente della missione organizzativa, evitando il rischio di pratiche come il disability washing.
In conclusione, è emersa una visione condivisa dell’accessibilità come processo dinamico e situato, da costruire attraverso scelte consapevoli, linguaggi adeguati e il coinvolgimento attivo degli stakeholder. Come emerso nel confronto, è necessario costruire l’accessibilità, non vederla come dato assoluto.
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